La buona Italia
In questi giorni il dibattito pubblico si sta dividendo sull’importanza o meno di fare le Olimpiadi a Roma il 2024.
Il no della Virginia Raggi, del M5S, se da un lato ha entusiasmato chi ha scelto questo movimento per cambiare qualcosa in questo strano paese, dall’altro lato ha aperto il livore di chi professa di un occasione mancata, che fosse la volta buona di dimostrare di saperle fare le cose e per bene.
Ma le occasioni, in passato, di fare bene i compitini le abbiamo avute e sistematicamente fallite.
Perchè dovremmo riuscirci ora? Cosa è cambiato nel clima politico, sociale di quest’Italia?
Potremmo citare i vari terremotati delle varie epoche che ancora abitano nei container, potremmo citare la spesa assurda,decuplicata rispetto ad altri paesi, per la TAV.
Potremmo citare le strade che vanno in pezzi, le scuole che crollano e gli ospedali che si crepano. O l’Italia intera che si allaga e fa morti ad ogni precipitazione appena un pò piu copiosa.
Potremmo parlare dell’Expo di Milano dove per gli appalti ora si scoprono infiltrazioni mafiose a dispetto della presenza di supercommissari come Sala e Cantone.
Con tal metodo, non basterebbe un articolo ma occorrerebbe un libro dalle dimensioni della Bibbia.
Limitiamoci quindi a qualche caso eclatante e dei giorni nostri, e, a proposito di Bibbia, incominciamo con quello che ha già delle affinità con essa.
Il Mose
Come il famoso condottiero che portò gli ebrei fuori dall’Egitto, doveva dividere le acque e salvare Venezia. Per ora ha diviso solo l’opinione pubblica e affossato i conti pubblici.
Da quattro mesi sono in corso le sperimentazioni sulle barriere del Mose, la grande opera condita da tangenti multimilionarie che dovrebbe salvare la città dall’acqua alta.
Finora tutto, o quasi, è andato storto. A fine maggio ha fatto cilecca un collaudo alla bocca di porto di Lido NordTreporti.
I detriti, il fango e le cozze hanno bloccato due paratoie. La scena si è poi ripetuta a settembre. La diga mobile che deve fermare le alte maree si è alzata, ma non è poi tornata sul fondo.
Tra chi ha guidato le manovre per la realizzazione c’è Luigi Zanda, l’attuale capogruppo Pd al Senato.
Cacciari, allora sindaco di Venezia, non voleva questo progetto, più costoso di altri e meno sperimentato, ma persino nel suo partito, il PD, non lo stavano a sentire.
Giancarlo Galan, all’epoca presidente del Veneto, anzi lo prendeva per il culo .
Vani sono poi stati pure i suoi appelli all’attuale premier Matteo Renzi perché, una volta esploso lo scandalo mazzette, qualcuno si mettesse a riflettere almeno sulla manutenzione.
Le vele di Calatrava
La città dello Sport, ideata dall’architetto spagnolo Calatrava, a Tor Vergata.
Per completare l’opera avveniristica, per la quale si sono spesi 200 milioni di euro, per lasciarla poi incompiuta, servirebbero altri 426 milioni. Sei volte la stima fatta quando venne ideata.
Per il progetto iniziale, iniziato con la giunta Veltroni, viene prevista una spesa di 60 milioni, che subito però raddoppiano.
Anche perché nel frattempo Roma si è vista assegnare i mondiali di nuoto del 2009, con Malagò in pectore.
E i grandi eventi, gestiti da palazzo Chigi con un commissario ad hoc dal 2001, vengono affidati alla Protezione Civile guidata da Guido Bertolaso.
Ecco allora spuntare anche qui Angelo Balducci, l’ex provveditore delle opere pubbliche protagonista delle inchieste sulla Cricca.
La realizzazione dell’opera viene affidata al gruppo Caltagirone.
L’opera non viene terminata a tempo, le gare vengono spostate negli impianti del Foro Italico, ma qui c’è la genialata!
Perché non costruire uno stadio da 15 mila posti per il basket, la pallavolo, il tennis e gli sport al coperto? Che prontamente viene messo in cantiere.
L’ idea è di utilizzarli per le Olimpiadi ma ci sono solo un paio di problemini da superare.
La mancanza di soldi per costruirli. Il secondo è che le Olimpiadi a Roma sono ancora nel mondo dei sogni: e quando arriva il governo di Mario Monti anche il sogno svanisce.
Ma si costruisce los tesso, abbandonando cattedrali nel deserto al degrado di oggi.
Un suicidio in piena regola
Olimpiadi di Torino
«A prescindere da come vengono organizzate, le Olimpiadi non sono mai il modo migliore per spendere denaro pubblico».
Queste parole sono state pronunciate da Marco Sampietro, ex manager Fiat e poi Pirelli, e che è stato il ministro delle Finanze del comitato organizzatore di Torino 2006.
Oggi, abbandonato al degrado, regno di tossicomani e di senza tetto, Il villaggio olimpico di Torino 2006 non è un posto dove andare di notte.
La pista olimpica del bob di Cesana ha sempre fatto notizia per i costanti furti del rame dei cavi elettrici. Poi è finito anche quello. L’impianto nell’Alta Val di Susa costò 140 milioni di euro. Oggi è il classico esempio di cattedrale nel deserto, seppur in alta quota.
Abbandonato come lo ski jumping di Pragelato e l’annesso albergo (insieme costati 53 milioni di euro , e l’impianto olimpico del biathlon di Sansicario (6 milioni).
L’arena dell’Oval, che ospitò le gare di pattinaggio, è diventata un capannone fieristico in dote alla società francese che gestisce gli eventi del Lingotto. Fino alla primavera del 2009 è stato utilizzato per manifestazioni di ogni genere. Nel 2011 ha ospitato il Salone del libro. Dopo, poco o nulla..
Torino 2006 costò circa 3,5 miliardi di euro. Il governo italiano stanziò 1,4 miliardi, Comune e Regione aggiunsero altri 600 milioni. Il resto arrivò da diritti televisivi, sponsor, marketing.
All’attivo, le società che hanno gestito il tutto, una somma inferiore ai 60 milioni di euro.
Il Ponte di Messina
Siamo così bravi da riuscire a spendere soldi anche senza creare niente.
Il classico esempio è il ponte sullo stretto di Messina, annunciato da 150 anni e mai portato a termine.
Anzi , per la precisione mai incominciato!
Definito un cavallo di battaglia elettorale, e di sprechi, di Berlusconi, il suo erede naturale, tal Matteo Renzi, se ne è appropriato.
Nel frattempo, senza porre pietre in terra, sono stati già spesi almeno 250 milioni di euro.
Anche per pagare super manager come Pietro Ciucci, ex uomo ANAS, che, prima di andare in pensione dall’ente stradale, si licenzia e si risarcisce!
E se si torna indietro, dicendo “scusate, ci siamo sbagliati” ci sono penali da pagare per appalti già commissionati, senza avere però né i soldi ne i permessi.
250 milioni, per ora. Per uffici, stipendi di manager, progetti. Per un fantasma.
La buona Italia: una bufala!
Questa è la buona Italia, quella alla quale dar fiducia.
Dove nomi, persone, personaggi e ditte, sono sempre le stesse.
Girano come avvoltoi intorno al cadavere, l’Italia, da spolpare sino all’ultimo pezzetto di carne.
Voraci, insaziabili.
E Roma 2024 doveva essere il loro prossimo banchetto
Ma qualcuno crede ancora che le cose si possano fare bene…